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Welby: un nuovo crimine della Chiesa.

Troppo forte come titolo? Direi di no, se provate a seguire il mio ragionamento.

I mass-media associano il caso Welby alla spinosa questione dell’eutanasia.   E’ ignoranza o disinformazione deliberata: il caso Welby non ha nulla a che vedere con l’eutanasia.

L’eutanasia (che etimologicamente significherebbe buona morte, dunque sarebbe un valore positivo...) almeno nella sua forma attiva sta ad indicare l’induzione deliberata della morte per ridurre o addolcire la sofferenza di un malato terminale.  E’ tema troppo complesso per potere essere trattato in poche righe.    Basti dire che non viene al momento accettata in nessun paese del mondo, nemmeno in Olanda e Svizzera dove è possibile il suicidio assistito.

 

Il Caso Welby dal punto di vista bioetico è viceversa semplicissimo. Welby non chiede di essere ucciso, chiede che venga staccata la spina di una macchina che lo fa sopravvivere contro la sua volontà.     Dato che tutti gli riconoscono l’integrità delle sue facoltà mentali (nessuno a quanto mi risulta ha sollevato un problema del genere, che complicherebbe la questione), decidere se accettare o no una cura è suo sacrosanto ed elementare diritto, come da Costituzione italiana e da codice deontologico universale.   Nemmeno la Chiesa teorizza la liceità di cure forzose e non accettate dalla persona interessata.

 

Allora da dove nascono i dubbi che fanno apparire così complicata una questione in realtà così semplice?

C’è una motivazione teorica ed una (molto più importante) pratica.

 

La motivazione teorica si basa sull’assunto che l’ossigeno che tiene in vita Welby non sia una cura, ma un suo fabbisogno vitale.  Dunque, non ci sarebbe accanimento terapeutico per il semplice fatto che non ci sarebbe terapia.  E il rifiuto di un supporto vitale non è nella disponibilità della persona perché equivarrebbe di fatto a un suicidio. 

Che l’argomentazione sia un sofisma è di tutta evidenza.  Anche se decido di fare uno sciopero della fame mi privo di un supporto vitale, ma è mio diritto farlo. Non si vede perché non si possa obbligare nessuno a mangiare o bere, ma si possa obbligare qualcuno a respirare se non vuole.    Quando la tua vita dipende da supporti artificiali fare una differenza fra ciò che è nella tua disponibilità e ciò che non lo è sembra veramente una sottigliezza pretestuosa.      

 

Il vero motivo del cancan scatenato attorno al caso Welby è però un altro.

Nel privato di un ospedale o di una casa di cura il 90% dei medici secondo codice deontologico e secondo buon senso avrebbe acconsentito a staccare la spina, almeno una volta accertato il volere del diretto interessato e dei familiari.  

Ma quando il caso diventa pubblico il buon senso e la deontologia non contano più nulla. Conta solo il significato politico delle tue posizioni.    Welby è diventato (impropriamente, come ho spiegato sopra) il simbolo di una battaglia per l’eutanasia.  E l’eutanasia (ma anche ciò che la potrebbe ricordare da lontano) non può essere accettata dalla Chiesa.  Per un motivo semplice: rappresenterebbe un indebolimento di quell’etica assoluta e irrispettosa della singola persona attraverso la quale la Chiesa ha sempre controllato la società.  

Dunque, un pronunciamento ufficiale sul caso Welby rappresenterebbe di fatto un pronunciamento politico pro o contro la Chiesa.  Verdi e radicali forse lo possono fare; Ds, Margherita e centro-destra al completo non se lo possono permettere.   

Dunque, meglio tacere, anche se la richiesta di Welby è in linea con qualunque norma deontologica e con qualunque criterio di bioetica che non sia di fondamentalismo cattolico.

Se poi tacere significa condannare un disgraziato a una sofferenza inutile e illegittima beh, peggio per lui.      

Pubblicato il 17/12/2006 alle 1.55 nella rubrica Diario.

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