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2 ottobre 2005

San Patrignano, una storia italiana

Si tiene in questi giorni a San Patrignano il festival "Squisito", una fiera di enogastronomia di cui ha parlato più volte anche la televisione.
E' una buona occasione per condividere alcune riflessioni su questo fenomeno imprenditorial-social-massmediatico che è stato ed è tuttora San Patrignano.
Avete mai sentito per televisione non dico una critica, ma anche solo qualche dubbio, qualche domanda su come ha fatto San Patrignano a crescere fino a diventare una grande impresa e a "recuperare" così tanti "tossici"? Io francamente no. Non ho mai sentito che la domanda che si porrebbe qualunque mente priva di pregiudizi ("che cos'ha di diverso San Patrignano da tutte le altre comunità?") sia mai stata posta pubblicamente sui mezzi di infornmazione.
Per questo mi pare che possa essere interessante ripercorrere a grandi linee la storia di San Patrignano.
Il primo ingrediente è il padre fondatore-totem della comunità, il fu Vincenzo Muccioli. I meno giovani ricorderanno che ci fu un periodo in Italia in cui Muccioli senior veniva considerato un po' il simbolo della lotta alla droga. Veniva invitato a tutte le trasmissioni televisive sull'argomento, dove parlava poco ma ripeteva fino allo sfinimento concetti semplici: il recupero dei valori, la scoperta del lavoro, dell'onestà, eccetera. Si riferiva all'onestà degli altri, evidentemente. Perchè Vincenzo Muccioli era un personaggio tutt'altro che limpido, con precedenti penali per truffa e altri piccoli reati. Aveva fatto tutti i mestieri, fra cui quello del mago e dell'albergatore. Come albergatore era fallito. La cosa appare incredibile, se si pensa a quello che era Rimini negli anni 60 - 70: una città in piena espansione turistica, in cui chiunque si mettesse nel settore del turismo non poteva non guadagnarci forte. Qualunque bagnino titolare di una concessione di spiaggia guadagnava in tre o quattro anni quanto bastava per poter vivere di rendita per il resto della vita. Eppure Muccioli era riuscito a fallire, tanto da ripiegare su un'attività di tipo agricolo. C'è ancora molto mistero sulla biografia del Vincenzo nazionale. Io stesso, che sono romagnolo, mi sono sempre interessato dell'argomento e ho lavorato nel settore delle tossicodipendenze ricevendo notizie di prima mano da chi lo conosceva personalmente, non sono in grado di scendere nei dettagli più di tanto.
Cio che è certo è che Vincenzo Muccioli mai si interessò di psicologia, di sociologia, o di qualunque cosa che avesse a che fare con il ricupero di chicchessia. Cercò i modi più svariati di arricchirsi, non riuscendoci. E a un certo punto della sua vita si trovò a gestire una piccola impresa agricola in cui un gruppetto di emarginati trovava ricovero in cambio di manodopera gratuita. Fra questi c'era un Moratti (cugino, mi pare, dell'attuale presidente dell'Inter). Un rampollo di famiglia ricca, si direbbe, caduto nel gorgo della tossicodipendenza come accadeva a tanti. L'allontanamento dal suo ambiente e il duro lavoro dei campi gli giovarono, tanto che per riconoscenza i Moratti donarono a San Patrignano i primi considerevoli fondi che permisero alla comunità di allargarsi. Avere qualcuno di importante accanto a sè è sempre il miglior viatico verso il successo. E così piano piano la comunità si ingrandì, trovando ampia pubblicità e ampio spazio sui mass-media.
Ovviamente gestire le difficili, complesse e violente dinamiche psicologiche del tossicodipendente non era facile per un personaggio rozzo e ignorante come Muccioli. Non rimaneva che una via: quella della coercizione. Nel 1980 a seguito di un ispezione seguita a una denuncia alcuni ospiti vennero trovati incatenati. Partì un'azione giudiziaria che fede discutere l'Italia. I mass-media presentarono la vicenda come la lotta fra i cavilli di una magistratura burocratica e le buone intenzioni di un padre che ricorreva al male per il bene più grande dei figli. In realtà gli elementi di riflessione potevano essere tanti. Perchè mai un ingegnere o un medico devono laurearsi per poter svolgere il loro lavoro, mentre un signor Nessuno può autoproclamarsi salvatore dell'umanità? Il fine giustifica i mezzi? E soprattutto, quale fine si voleva realmente raggiungere nel momento in cui si incatenavano delle persone? In realtà Muccioli non era più un signor Nessuno. Era diventato un guru per promozione mass-mediatica, e tanto bastava a concedergli quanto non sarebbe stato concesso a nessun altro, alla faccia dell'articolo 3 della Costituzione.
Agli inizi degli anni 90 scoppiò il caso Maranzano: un ospite di San Patrignano morì a seguito delle percosse (i pestaggi erano all'ordine del giorno) e Muccioli fu accusato di avere ordinato l'occultamento del cadavere. La cosa appariva verosimile: se uno fuggiva per sua scelta veniva inseguito e riportato in comunità. Se invece usciva dalla comunità per nascondere un cadavere era sicuramente cosa meno grave, dal punto di vista dell'etica muccioliana. Nemmeno il caso Maranzano scalfì l'alone di santità che i mass-media avevano costruito attorno alla figura di Muccioli.
Altri aspetti della personalità e delle pratiche muccioliane sono meno gravi, ma comunque importanti. E stupisce che non siano mai diventati di dominio pubblico. Per esempio la sua omosessualità, cosa assolutamente lecita e tutt'altro che criticabile. Ma solo fintantochè viene gestita privatamente. Invece i ragazzi più graditi venivano scelti per diventare compagni di letto del guru, con discapito di quell'idea di uguaglianza su cui la comunità diceva di volersi fondare.
Ma tutti i dubbi sui metodi, l'efficacia, la legittimità di San Patrignano erano destinati a rimanere patrimonio di pochi. Nella realtà il modello si dimostrava vincente e si espandeva continuamente, reggendo anche alla prova della morte di Muccioli Vincenzo. Questo è un altro punto cardine. Alla morte di Vincenzo, tutti pensavano che San Patrignano fosse destinato a sfaldarsi. Tutti pensavano che le doti carismatiche di Vincenzo Muccioli fossero state il vero e unico collante della comunità.
Invece San Patrignano sopravvive e continua a ingrandirsi. Dunque, non era solo il carisma di Vincenzo Muccioli a reggerla. Che cos'altro allora?
Qui si apre il motivo di riflessione più importante. Le comunità terapeutiche si reggono sulle rette, che sono pagate in proporzione variabile dall'Usl o dalle famiglie, a seconda che siano convenzionate o meno con il sistema sanitario pubblico. San Patrignano no: a Sanpa si entra gratis, e tutti vengono accolti. In questo modo si accredita l'immagine di una comunità filantropica, che esiste solo per dare speranza ai tossicodipendenti che vogliono reinserirsi nella società. Ovviamente in cambio di questo si sfrutta la manopera gratis dei ragazzi, che lavorano e producono ricevendo vitto e alloggio, ma non stipendio. E soprattutto si lavora sul senso di colpa delle famiglie, sollecitate non a pagare, ma a donare liberamente. Alcune donazioni, come quelle dei Moratti, sono miliardarie. Ed è tutto denaro sonante che finisce nelle tasche del gestore. Altro denaro viene dalla vendita dei prodotti che spesso sono di eccelsa qualità (vedi ad esempio i cavalli da corsa). Mentre anche le necessità vitali di vitto e alloggio sono coperte dal lavoro degli ospiti (il 70% delle esigenze alimentari della comunità sono soddisfatte dalla produzione in loco). Così si abbattono ulteriormente i costi.
Insomma, San Patrignano è una delle poche imprese italiane a essere in largo attivo. E le risorse che rendono possibile questo sono semplici: sfruttamento della manodopera, donazioni favorite dalla reputazione massmediatica. Assomiglia un po' al modello che la globalizzazione sta portando nel mondo. E che paron Vincenzo Muccioli aveva capito con qualche decennio d'anticipo. Forse in questo è consistita la sua genialità.

P.S. Qualcuno potrebbe chiedersi perchè abbia scelto il titolo "una storia italiana". E' presto detto: temo che in nessun altro paese europeo un individuo della pasta di Vincenzo Muccioli avrebbe potuto essere stato accolto in maniera così osannante e acritica come da noi. Alla crescita di San Patrignano la dabbenaggine italiana ha contribuito moltissimo. Del resto nè la Francia nè l'Inghilterra hanno mai avuto un Muccioli, ma nemmeno un Mussolini o un Berlusconi.  




permalink | inviato da il 2/10/2005 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


10 aprile 2005

Il DECLINO DEI BAR, ovvero DI QUESTO PASSO FINIREMO PER FARE SCHIFO ANCHE AI VERMI

La notizia della condanna a morte del bicchiere d'acqua nei bar ha avuto un certo risalto sui mass-media. Ma spiace che sia stata così poco commentata. Perchè è un brutto segno, mica una quisquilia come ce l'hanno presentata. Bottigliette? Ma significa parificarsi alla Francia, dove se chiedi un bicchier d'acqua ti stappano una bottiglietta di Perrier e te la fanno pagare a peso d'oro. "In culo all'italiano" pensa il barista. Adesso succederà la stessa cosa anche da noi, e non è mica una cosa da poco. E' uno dei tanti passi sulla via della dissoluzione del Bar.

Che l'aria che tirava non fosse buona per i bar, lo si era già capito da tante cose. Da studente a Bologna assistetti impotente alla trasformazione di quasi tutti i veri bar rimasti in bar fighetti, pulitissimi, con le luci al neon e le olivette sul bancone. La moneta cattiva scaccia la moneta buona, si dice. Finiva l'epoca degli ubriaconi, ma anche dei vecchietti che scendevano al bar per guardarsi le partite di calcio anche se non capivano un cazzo delle regole.

Il Bar era un luogo dignitoso, con una storia letteraria non da poco, che andava da Hemingway a Bukowsky fino al nostro grande Stefano Benni con la sua classica distinzione fra bar fighi e bar pesi. Il bar figo sopravvive; al bar peso stanno assestando colpi mortali. Eppure era proprio lì che si viveva l'essenza del Bar. Non il bar con la minuscola, proprio il Bar inteso come idea platonica.
Poi, dopo il transito delle mode, la civilizzazione forzata, l'emarginazione degli ambienti sozzi e popolari, considerati chissà perchè disdicevoli, arrivò il primo grande colpo legislativo alla sopravvivenza dell'idea di Bar: il divieto di fumo. Chiunque capisce che una partita a carte o a biliardo fra avvinazzati non sarebbe neanche concepibile in un ambiente asettico e falsamente rassicurante come quelli che tanto piacciono al ministro Sirchia.

Ora il futuro divieto del bicchiere d'acqua conferisce un altro colpo. Probabilmente i bar sopravviveranno, ma è il Bar che è destinato a perdersi. Soffocato da un'idea malsana di igiene, inteso come asetticità ma anche come omologazione. E ovviamente come difesa degli interessi delle grandi corporazioni che imbottigliano e commercializzano il bene primario da cui parte la vita, cioà l'acqua.

In un episodio di Caro diario Nanni Moretti descrive come alla fine della sua odissea medica, cambiò le sue abitudini aggiungendo alla colazione al bar il bicchier d'acqua. Oggi non sarebbe più possibile. Ma nessuno ci ha pensato, al momento di presentare questa stupida norma burocratica.
Il grande alibi è quello dell'"igiene". Un igiene ad usum delphini, ovviamente. Un igiene che di igienico ha ben poco, se si pensa che le patologie da eccesso di igiene (tipiche le micosi) sono già ampiamente prevalenti nelle nostre società industrializzate rispetto a quelle dovute a carenza di igiene.
Ma chi se ne frega? Forse anche la diffusione dell'idea di igiene è un altro dei tasselli del controllo sociale. E' un'altra scusa per abituarci a ciò che fa comodo agli interessi di pochi.

Lasciateci quei bei bar sporchi di una volta, e che chi non vuole entrarci non ci entri, perdio! Mica siamo obbligati. Chi ha mai stabilito che il mondo debba essere costruito a misura di fighetto?
Andando avanti di questo passo diventeremo tanti robot, e allora forse nessuno sentirà più il desiderio di fermarsi in alcun bar. E a quel punto saremo diventati talmente asettici (se esisteremo ancora) da non essere più appetibili nemmeno per i microorganismi della putrefazione. Ci saremmo ridotti al punto da fare schifo perfino ai vermi.     




permalink | inviato da il 10/4/2005 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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